L’esposizione in fotografia

Come funziona una macchina fotografica

Qualsiasi macchina fotografica funziona nello stesso modo: cattura l’immagine lasciata impressa dalla luce che entra nell’obiettivo e colpisce un materiale sensibile (chimico o digitale). L’esposizione di una foto è data dalla quantità di luce che entra nell’obiettivo e dal tempo durante il quale l’elemento sensibile resta esposto alla luce. Essa agisce sul contrasto complessivo (livello di toni intermedi tra le aree più chiare e quelle più scure), sulla quantità di dettagli visibili nelle varie zone inquadrate all’interno della scena e sulla profondità di campo (area davanti e dietro al soggetto principale nella quale gli altri elementi risultano messi a fuoco).

Una foto risulta esposta correttamente quando è entrata nella macchina fotografica la giusta quantità di luce necessaria per catturare l’immagine. In caso contrario si avrà una foto sottoesposta, cioè in cui è entrata una quantità di luce non sufficiente per catturare i dettagli nelle zone più scure, oppure una foto sovraesposta, cioè in cui è entrata una quantità di luce talmente elevata da “bruciare” le zone più chiare e renderle prive di dettagli.

Ma un fotografo può anche utilizzare l’esposizione a suo piacimento, a seconda di quello che vuole rappresentare, dei soggetti e dei dettagli che vuole mettere in evidenza, del tipo di foto che ha intenzione di realizzare e in generale dell’idea che ha in testa al momento dello scatto.

Come fare per imparare a esporre una foto correttamente e a usare l’esposizione come strumento creativo?

Il controllo dell’esposizione è dato dall’uso combinato di tre fattori: tempo di esposizione alla luce della pellicola o del sensore, apertura del diaframma (meccanismo che regola la quantità di luce che entra nella macchina fotografica) e sensibilità della pellicola o del sensore alla luce. Bisognerà quindi “sperimentare” il più possibile agendo su queste tre variabili, tenendo presente alcuni concetti di fondo.

Tempi e diaframmi

Tempi troppo lunghi rischiano di determinare foto mosse se non si monta la macchina fotografica su un cavalletto e comunque non si possono utilizzare per “congelare” soggetti che si muovono. Il tempo di esposizione quindi va impostato prima di tutto sulla base del movimento del soggetto da fotografare: paesaggio con elementi più o meno statici, paesaggio con elementi in movimento, persona ferma in posa, persona che cammina, atleta che corre, automobile in movimento, ecc.

Per catturare persone che parlano e camminano è sufficiente un tempo di 1/60 di secondo. Per un ciclista, un animale che corre o che salta oppure una persona che effettua rapidi movimenti (come uno sportivo o un musicista in azione) ci vuole un tempo di 1/125 oppure 1/250 di secondo. Mezzi che viaggiano veloce, come automobili, treni, motociclette, vanno fotografati con tempi da 1/500 di secondo in su. Per evitare il micro mosso dovuto al movimento della macchina fotografica dato dalla pressione della mano al momento dello scatto, esiste una regola che dice di non utilizzare un tempo di esposizione inferiore alla lunghezza focale utilizzata, quindi con un obiettivo da 50 mm andrà bene un tempo minimo di 1/60 di secondo, mentre con uno zoom da 110 mm bisognerà aumentare il tempo a 1/125 di secondo.

L’apertura del diaframma è in stretta relazione con il tipo di luce presente nella scena da fotografare: luce artificiale, luce naturale, luce diurna, luce notturna, luce in pieno sole, luce in ombra, luce con il cielo sereno, luce con il cielo coperto, ecc. Naturalmente più luce è presente nella scena è più va chiuso il diaframma per evitare di sovraesporre la foto e viceversa.

Un diaframma molto aperto (tra 1.8 e 3.2) si usa in condizioni di scarsa luce (ad esempio all’aperto di notte o in una giornata molto coperta, oppure in interno con luce artificiale debole, oppure per fotografare soggetti in ombra), mentre un diaframma molto chiuso (da 8.0 a 16) si usa in condizioni di piena luce (ad esempio all’aperto per fotografare un soggetto o un paesaggio completamente illuminati dal sole diretto). In condizioni di luce di intensità media (ad esempio all’aperto in una giornata soleggiata o in interno con una buona illuminazione artificiale) si può impostare il diaframma su valori intermedi (tra 4.0 e 5.6).

L’apertura del diaframma però agisce anche sulla profondità di campo e quindi sull’effetto “sfuocato” dietro e davanti al soggetto su cui si fa la messa a fuoco: un diaframma molto chiuso determina una maggiore profondità di campo, quindi tutti i soggetti presenti nell’inquadratura risulteranno a fuoco, mentre un diaframma molto aperto determina poca profondità di campo, quindi un effetto “sfuocato” più evidente nella zona dietro e/o davanti al soggetto principale.

Anche la quantità di dettagli presenti nelle aree più scure e più chiare all’interno della scena inquadrata è determinata dalla quantità di luce che entra nella macchina al momento dello scatto, quindi si può regolare il diaframma sulla base degli elementi che si vogliono evidenziare, tenendo presente che con un diaframma troppo chiuso si rischia di perdere molti dettagli presenti nelle aeree più scure, mentre con un diaframma troppo aperto si rischia di “bruciare” i dettagli presenti nelle aree più illuminate.

Tempi e diaframmi sono in diretta relazione tra loro (nel senso che variando il valore di uno si deve per forza variare anche il valore dell’altro per far si che la luce che colpisce il sensore o la pellicola sia quella giusta per catturare l’immagine inquadrata) e possono essere usati in maniera creativa per mettere in risalto determinati aspetti della fotografia da realizzare (come soggetti secondari, sfondi, dettagli delle superfici che compongono la scena), per variare la profondità di campo o per ottenere degli effetti di mosso (fotografando soggetti in movimento con tempi molto bassi). La stessa fotografia può risultare correttamente esposta con diverse “coppie” di tempi e diaframmi, ma ottenendo risultati molto diversi a seconda di quello che si vuole rappresentare.

Sensibilità della pellicola e del sensore

La sensibilità della pellicola o del sensore determina quanto questi sono sensibili alla luce: più è alto il valore indicato e più la pellicola e il sensore sono sensibili. Una pellicola “tuttofare” è la 400 asa (anche se in condizioni di scarsa luce non basta), mentre per quanto riguarda i sensori si impostano solitamente valori tra 100 e 200 iso all’aperto in condizioni di buona luce diurna (diciamo in una giornata soleggiata o con il cielo poco coperto da un’ora dopo l’alba e un’ora prima del tramonto) o in interno utilizzando specifiche lampade per l’illuminazione di set fotografici. Valori intermedi (tra i 200 e i 400 iso) si utilizzano quando c’è una fonte di luce che illumina la scena che però non ha la stessa forza del sole diretto o di una lampada professionale (ad esempio all’aperto in una giornata molto coperta e in interno in un ambiente ben illuminato da normali lampadine per uso domestico). Valori più alti ( oltre i 400 iso) si impostano in condizioni di scarsa luce (ad esempio di notte in esterno o in ambienti chiusi poco illuminati). Nello scegliere la sensibilità di una pellicola o di un sensore bisogna tenere presente che più essa è elevata e più aumenta il rumore in una fotografia (granulosità che si manifesta con puntini) e quindi diminuisce la qualità. Per quanto riguarda il digitale, con macchine fotografiche non professionali, il valore di tolleranza del rumore di solito è intorno agli 800 iso (oltre si rischia di ottenere una grana troppo visibile che va a compromettere la qualità della foto, sopratutto in fase di stampa). Compatte evolute, reflex e mirrorless possono invece essere utilizzate con valori più alti.